calcoloInfinitesimale

 Senza cecità non ci sarebbero amanti

di OTTAVIO CAPPELLANI

In matematica il calcolo infinitesimale è un processo che, in teoria, non si esaurisce mai. Tende, all'infinito, ad ottenere il massimo risultato senza raggiungerlo. In esso, l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande convergono. In che misura ritrovi lo stesso “accanimento” nella condotta dei due protagonisti del film?

    Nella misura in cui il calcolo infinitesimale diventa la pratica di un'ossessione, della quale potersi liberare solo raggiungendo un risultato. Spesso però accade - e mi pare che accada anche nei protagonisti - l'ossessione prenda il posto del risultato.IMG 4662


Il tema del doppio, dell'identità multipla è importante e frequente tanto in letteratura quanto nel cinema. In che modo e da quale prospettiva il film lo affronta?

    Nel senso del “terzo”, soprattutto in questo film, che parla di una coppia. L'altro, o meglio l' 'altro', nella coppia è sempre l'invitato di pietra. L'altro cangiante, poiché l'altro è di volta in volta: colui che gli altri vedono, colui che noi vediamo ma che gli altri non vedono, colui che vorremmo gli altri vedessero, colui che gli altri vorrebbero vedere (l'intervista) e che noi non vogliamo fare vedere, se non a determinate condizioni (che comunque lo rendono sempre un “altro” rispetto a noi stessi).


“L'amore è cieco e questo spiega perché gli amanti, spesso, non sanno quello che fanno”. La complementarietà di verità e menzogna, snodo tematico centrale del film, quanto ha a che fare con la didascalia che lo chiude?

    Gli amanti sono ciechi come l'ossessione della quale parlavo prima. Per la natura il fine dell'ossessione dell'amore sarebbe la riproduzione, ma noi sappiamo bene, quanto, soprattutto in queste faccende d'amore, l'ossessione prenda il posto del risultato. Senza cecità non ci sarebbero amanti. Eppure questa cecità spalanca la vista su qualcos'altro che non è direttamente sotto gli occhi: un castello kafkiano che mi sembra sia la diretta citazione del “cartoon” finale.


“Piccola io non rinuncio a non essere chi sono”. Ovvero: “Voglio essere un altro”. Il protagonista dice questa frase alla fine del film, quando non agisce più in carne ed ossa, ma sotto forma di fumetto, quando si è ormai totalmente identificato con la figura del “Phantom”, l'Uomo Mascherato, di cui è appassionato. (Nella sua camera da letto le immagini dell'eroe del fumetto arredano le pareti). Voler essere diversi da sé è un problema o un vantaggio?

    E' un'assoluta speranza. Che tristezza coloro che vogliono essere soltanto se stessi. Precisiamo però: volere essere altro da sé non vuole dire “perdersi”, ma ritrovarsi identico. Il protagonista è uno scrittore, ma anche non lo è (dice entrambe le cose nel film), con questa duplice battuta autonegantesi il protagonista svela il nocciolo duro di se stesso, che non è lo scrittore e nemmeno il non-scrittore. Chi davvero non vuole essere solo se stesso - e ce lo auguriamo per lui - vuole una copia di sé. Ovviamente perché - come sappiamo - la copia è sempre meglio dell'originale.


“Questa è una storia vera, accaduta a Stromboli...” Sulle prime immagini del film leggiamo questa frase, chiaramente falsa. Che lo sia lo capiamo un bel po' dopo. Il film costruisce continuamente piste false su cui instradarci, non tanto per prendersi gioco di noi, quanto per coinvolgerci nel suo gioco, per ricordarci che il gioco della finzione è un pretesto per parlarci d'altro. Qual è e cos'è, dal suo punto di vista, questo “altro”?

    La “soluzione”. L'immagine più bella del film (insieme a quello squalo che vola in cielo) è la bella signora che arrotola il piricozzolo (o come si chiama) della ciliegia. E' la lingua, il linguaggio, il Verbo oserei dire, che fa un nodo (di Gordio). E' sciogliere questo nodo di lingua il gioco (posso citare la Torah?) divino, nel senso dell' “autore”, che sempre si nasconde dietro qualcosa che viene arrotolato con la lingua, anzi, meglio “nella” lingua. Che immagine strepitosa!

    IMG 2093L'isola di Stromboli è lo scenario in cui si svolge la vicenda del film. Ma Stromboli non è solo un'isola, è un vulcano perennemente attivo, uno dei pochi al mondo. E' terra viva, esplosiva, magmatica. Che relazione intrattiene con la storia dei due personaggi? Quanto è significativa del loro “cercarsi”? Non si tratta di un falso movimento, visto che la fuga a “Bangalla” (l'isola di Luaga, l'amico dell'Uomo Mascherato che vediamo nel fumetto) non è che un “ritorno” a Stromboli, dato che le due isole, (quella vera e quella del fumetto) sono identiche?

    La copia è sempre meglio dell'originale. Come ho detto. E questo intendevo. L'altrove possiamo pensarlo solo come un fumetto. E' così che funziona la mente, per chi riesce a guardarla (che è come guardare dalla finestra sforzandosi di guardare il vetro). Altra scelta stilista metaforica ineccepibile.


“Essere sinceri è una virtù, mentire un'arte”. I due protagonisti non fanno altro che raccontarsi frottole ma le loro frottole non sono altro che l'altra faccia della verità, senza la quale la verità stessa non avrebbe senso. Il continuo ribaltamento della realtà, è vero, ci destabilizza, ma ci insegna anche a non crederci onnipotenti. In quest'intreccio “imbrogliato” di vero/falso, “Calcolo infinitesimale” ci dice qualcosa di significativo su ciò che lega la verità alla finzione e questa alla realtà. Che ne pensi?

    Che tristezza la virtù. L'etica laica è una virtù. Ma il compito dell'arte è quello di inventarsi un'etica cosmica. Che deve essere per forza una menzogna. Accade però a volte che la menzogna (come “invenzione”) coincide con qualcosa che non è vero ma è reale, anzi “Reale”. Sì, il vero e il reale non coincidono: la realtà può conoscersi solo con la menzogna (lo sa qualunque sbirro, e lo sa qualunque teologo che sbatte la lampada da tavola in faccia a Dio). In ogni caso, menzogna e realtà non hanno nulla a che vedere col vero, che è la consolazione dei poveri di spirito.


La morale kantiana ci dice “che la virtù è felicità in se stessa”, eppure tutti mentono. Ma il film ci dice che “mentire non è una virtù, bensì un'arte”. Allora, come la mettiamo?

    Non siamo virtuosi. Meno male.