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La sottile arte delle frottole

di ALBERTO ABRUZZESE

E' arrivato a firmare suoi disegni e quadri con il nome di autori inesistenti ma accreditati da vere e proprie bio-bibliografie scritte da se medesimo: non a scopo di lucro ma dissipazione di sé; per puro e semplice amor di finzione… una finzione che di autentico ha tuttavia il linguaggio che la costruisce e l'ironia che la corrode e distrugge. Enzo Papetti è amico di lunga data, siamo stati complici in varie imprese, dentro e fuori l'università (i Summit della Comunicazione che la Telecom organizzò a Napoli negli ultimi anni del passato millennio; i laboratori audiovisivi alla Sapienza di Roma e i seminari di produzione filmica alla IULM di Milano… tutto per sua iniziativa e conduzione). Ma anche molte altre avventure: il Dizionario della Pubblicità edito da Zanichelli ma realizzato per mano della sua piccola società “Teles”. E poi innumerevoli eventi. Persino una mostra su Rossini.

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Dire della nostra amicizia e intesa reciproca magari va bene perché siamo davvero amici e questo in vita accade di rado. Dunque conta. Ma, dato che il cinema è fatto per divertirsi o comunque per far piacere a se stessi e agli altri, perché – dovendo parlare dell'uscita in sala del suo ultimo film, “Calcolo infinitesimale” – mi sono messo a parlare delle sue prestazioni  accademiche e dei suoi libri? Ed anzi, perché farò a breve un diretto riferimento ad uno dei suoi testi – il più pensato e complesso – per spiegare il cuore del film stesso o almeno del suo artefice? Perché? La risposta è semplice: a volerla apprezzare una personalità come quella di Papetti va cercata e presa nell'insieme delle sue tante prestazioni creative. Serve a capire quanto sia stato il cinema a renderlo tanto versatile. Per lui il cinema – il vissuto filmico che ha interiorizzato in decenni di frequentazione (era la madre a portarlo, bambino, al cinema e a fare sì che la sala diventasse la sua placenta nutritiva, il suo portale immaginifico) – è stato lo stimolo e l'occasione per recitare molte altre parti, vocazioni insieme parallele e convergenti. Ma Papetti, appena può, fa cinema per necessità interiore, anzi di più: per istinto. Certo è che non gli è mai mancato un qualcosa da pensare e da costruire ma per lui nulla può equivalere al lusso di fare cinema.

La vocazione del mio amico Enzo Papetti è certamente quella di avere la sceneggiatura nel sangue; questa sua inclinazione mentale e emotiva lo ha portato ad esercitarsi di continuo nella scrittura quanto nelle immagini. Insomma lui ha una testa che funziona da storyboard. E' uno storyboard vivente. Ma anche su questo ci torno in ultimo, ci devo tornare, perché a trattare esplicitamente siffatta sua natura – anfibia tra racconto e disegno, narrazione e figura – è proprio il film di cui  stiamo per parlare. Ma non appena avere detto ancora qualcosa sull'autore.
Ho già detto che è un amico: la qual cosa mi fa essere parziale nel giudicarlo ma anche assai esperto nel valutarne il senso e l'intenzione. Ho anche detto che è poliedrico quanto mai: la qual cosa ha comunque a vedere con le doti richieste ad un regista che, per professione, deve mettersi nei panni dei suoi personaggi… qui sostanzialmente due, ma moltiplicati ciascuno per molti altri “personaggi specchio”. Aggiungo ora che il mio amico è malato d'ironia proprio come i protagonisti di “Calcolo infinitesimale”. Titolo che – come ultimamente in tempi di sconfinamenti di senso quali quelli del presente globalizzato – civetta  di contaminazioni tra linguaggio delle passioni umane e linguaggio delle scienze. E proprio la civetta è la volatile passione della sua misteriosa diva quotidiana (ma qui vado sul privato).

A me questo fatto che si tratti di calcoli in cui l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande convergono tanto meglio e tanto più quanto più inutilmente, vanamente, rispetto al loro opposto scopo, mi fa pensare al vecchio adagio di Achille e la Tartaruga. Non c'è gara! La faccenda adombrata nel titolo come chiave del film coglie infatti un tema su cui a me accade di pensare sempre più spesso: le magnifiche sorti del progresso, ad onta di ogni accelerazione tecnologica, non riusciranno mai a realizzarsi davvero, a divenire realtà. E quel piccolo diaframma, che divide l'infelicità umana dalla felicità promessa per sempre (si tratti dell'amore o del paradiso), non potrà mai cadere.

Che poi è questione che riguarda appunto l'ironia, il sentimento ironico, quello sospeso tra commedia e tragedia, con particolare riferimento al romanticismo: passione e disincanto. Un destino che a meno di non volere concludersi in catastrofe e morte si rassegna a giocare a mosca cieca con la vita. Gioco di dolci massacri – tra sentieri ininterrotti – che può chiudersi o aprirsi anche in una sola unica persona quando essa prenda a sdoppiarsi per sfuggire a se stessa e all'altra vittima designata che la vorrebbe fissare, guardare, una volta per tutte. Questo appunto accade nel film… ma con leggerezza. Papetti è un buon lettore di commedie dell'inganno ma anche di McLuhan e della sua distinzione tra vedere e sentire…

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Diciamola tutta: questa piccola e apparentemente solare commedia degli inganni – e detection sul nulla – a  me fa pensare alla morte dell'Occidente… del resto la scena di “Calcolo infinitesimale” è ambientata in un'isola (paradosso di questo film a basso costo perché si sa che un'isola alla società di produzione costa di più della terra ferma!). Per giunta si tratta di un'isola al quadrato, anzi all'ennesima potenza: non solo uno spazio chiuso in mare aperto, spazio confinato e insieme senza confini, ma terra storicamente e geologicamente tutta particolare: a parte Rossellini, c'è Stromboli, vulcano perennemente in attività… Niente di meglio ma anche di peggio per un uomo maschio che desidera essere un altro da sé e per una donna femmina che cerca di stare al gioco delle fughe di lui e insieme le provoca. Delle avance di lui e insieme le scansa.

Papetti qui gioca con la sua inclinazione, quella di cui ho detto all'inizio e che mi ha spinto a ricordare le sue varie imprese: la sua inesausta  volontà di scrivere, sceneggiare il mondo. La sua essenza di storyboard. Il film, giunto al suo finale, si traduce in pagina disegnata, i corpi non sono più carne ma “fantasmi” di carta, fumetti. Stromboli diventa un'isola per esseri umani “mascherati”. Eroi da cieli in una stanza. E per smascherati esotismi. Felicità e amarezza insieme: liberazione e insieme prigione del sé e delle sue attese. A suo modo ancora Stromboli che erutta materia informe ma anche figure destinate a raffreddarsi. Senza ritorno ad alcuna consolante tridimensionalità e prospettiva rinascimentale.

“Papetti: lo conosco come divoratore di libri e in particolare di libri di filosofia, da Kant a Heidegger, tanto  per dire! E dunque non c'è da meravigliarsi che se ne esca con una tesi eticamente assai poco politicamente corretta come questa: “mentire non è una virtù, bensì un'arte”. Con  “Calcolo infinitesimale” Papetti fa di questa massima la vera e propria trama. Tramare del resto significa ingannare. Allora, come la mettiamo? In questa massima c'è di nuovo la biografia intellettuale e professionale di Papetti (e che la co-regia di Minini e le musiche di Fresu hanno saputo ben assecondare). Infatti è stato anche lontano pioniere di reti televisive e, torno a dirlo, autore di uno straordinario saggio sulla TV. Le virtù in quanto valori condivisi si fondano sulla società: le finzioni sono l'arte necessaria a non soccombere alla società, ai suoi vincoli. Ad accedere ai mondi che vi si nascondono: dentro e fuori della nostra singola persona e nelle loro più intime, infinitesimali, relazioni. Insomma: le “frottole” che la TV sceneggia incessantemente per metabolizzare il disagio umano che del resto la produce, realizzandone la perversa necessità. E che il cinema di Papetti intende aggirare con ironia multimediale.

alberto abruzzese